Il viminaio e l’arte di fare i cesti

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Con i suoi molteplici utilizzi il cesto era uno strumento indispensabile alla giornata dei contadini delle colline. In ogni famiglia c’era almeno una persona che sapeva come lavorare e intrecciare i vimini per non farne mancare a chi ne avesse bisogno. Enrico Guidantoni, viminaio residente a Pitigliano nato a Manciano il 23 agosto 1940, in questa intervista stimava che per apprendere questa antica arte artigiana bastano una decina di lezioni di tre ore l’una.

CO: Quando ha imparato a fare cesti?

EG: All’età di tredici anni una mia zia che faceva questo lavoro in casa mi chiedeva sempre di darle una mano a pulire il vinco. Imparai così, ‘rubandole l’occhio’ mentre lavorava e poi riprovando da solo. Diventato uomo continuai a fare cesti per diletto di quando in quando. Poi da cinque sei anni a questa parte ho preso a dedicargli più tempo. Oggi riesco a fare un massimo di tre cesti al giorno, anche se il lavoro parte da prima: raccogliere e trattare il vinco è una faticaccia.

CO: Dove raccoglie i vimini?

EG: Li prendo dai salici del Fiora. Quest’anno per fortuna ne sono cresciuti tanti non troppo lontani dalla riva: gli anni scorsi, invece, al Meletello (vicino Pitigliano, nei pressi dell’abitazione di Enrico, ndr) non ne trovavo, e dopo qualche volta smisi di andare anche vicino al ponte di San Martino (nella strada tra Sovana e San Martino sul Fiora) perché capii che tanto non c’era niente da fare. Il momento migliore per cogliere il vinco è all’approssimarsi della Luna piena, quando è crescente; altrimenti il legno è soggetto a rompersi con facilità. Il mese ideale è invece agosto, così la buccia si toglie più facilmente. Certo se dipendesse da me mi risparmierei la fatica di sbucciare il vinco pelo pelo. Senza pensarci un secondo. Tra l’altro i cesti marroni, col vinco non sbucciato, sono più resistenti. Ma la gente preferisce i cesti a due colori, quando non proprio interamente bianchi, e allora non posso far altro che armarmi di pazienza.

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CO: Una volta raccolto il vinco, come si tratta?

EG: E’ necessario metterlo a mollo in acqua per diverse ore prima di poterlo intrecciare. Il tempo necessario a che si ammorbidisca cambia a seconda della stagione. In Inverno servono almeno quattro ore di bagno. In estate ne possono bastare un paio, ma non sempre: con il caldo di oggi questo vinco che sto lavorando ancora non è pronto, senti come cricchia? (piega un ramoscello che ha in mano e ne esce un rumore inconfondibile, ndr).

CO: E arriviamo così ai cesti veri e propri…

EG: La prima cosa da fare è la base. Per stringere bene il vinco serve una certa forza, altrimenti c’è il rischio che il cesto diventi poco solido, come quelli cinesi. Poi si alza l’orlo e da lì si parte con le pareti laterali. Ai miei tempi si facevano cesti perlopiù tondi, invece oggi la gente che viene ai mercati preferisce quelli ovali. Le cose sono cambiate. Prima era difficile che qualcuno vendesse cesti in mercati e fiere. Nessuno li doveva comprare perché in ogni casa c’era chi sapeva come farli. Il metodo cambiava da zona a zona. Nelle campagne tra Farnese e Ischia di Castro, per esempio, i cesti non facevano con il vinco ma con le canne di bambù. Qui a Pitigliano, invece, a seconda dell’uso dell’oggetto, si potevano fare con la paglia di segale. Guarda, ti faccio vedere una minella che ha fatto mia nonna più di cento anni fa. Ci si metteva dentro la farina. Si usava la segale perché l’intreccio del vinco era troppo largo e nell’economia contadina gli sprechi non erano tollerati. Non è un caso se questa minella fatta di segale ha più di cento anni.

Da CollineOggi n.38, settembre 2009

Una risposta.

  1. Tiziano G. ha detto:

    ….sono passti 11 anni da quel racconto riportato nell’articolo del 2009 . il tempo passa la passione rimane, anche oggi 23 gennaio 2020 Enrico ha costruito dal semplice venco di fiume raccolto l’estate scorsa un bel cestino di venco!

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