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Pipistrello, lo spartito maledetto di Poggio Murella

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‘Pipistrello’ è un brano di musica popolare che a Poggio Murella, il borgo che domina la vallata delle terme di Saturnia, ha un suo posto preciso nell’immaginario collettivo: per decenni infatti il suo assolo è stato l’incubo dei clarinettisti della Filarmonica Mascagni.

Ma per capire l’alone di leggenda che circonda la composizione è meglio fare un passo indietro e spiegare il ruolo della musica nella comunità di Poggio Murella dalla fine dell’800 in poi.

Poggio Murella, paese in musica

Sul finire del XIX° secolo, in paese, si formò la società Filarmonica che nel dopoguerra avrebbe tratto il nome dal musicista livornese Pietro Mascagni.

Tutti i cittadini ne diventavano soci versando ogni anno un quarto di staio di grano per componente del nucleo familiare.

In cambio la Filarmonica provvedeva ai funerali di famiglia: cassa da morto, marce funebri, servizio di trasporto a spalla della bara erano servizi garantiti a tutti i soci.

Le quote di iscrizione servivano a comprare gli strumenti dei musicisti e a far arrivare a Poggio Murella i maestri con la corriera che fermava a Poggio Capanne, a tre chilometri di distanza dall’abitato.

Le lezioni di musica entusiasmarono i poggiaioli. In quegli anni molti neonati vennero registrati all’anagrafe con nomi davvero singolari, ottenuti dall’unione di più note: Remido, Doremi, Sila, Similda e Simildo, Miredo.

Una situazione quasi ai limiti del paradossale, per un paese dove pochissimi sapevano leggere e scrivere l’alfabeto, che tutti sapessero districarsi con la notazione musicale.

Molti poggiaioli si misero a tracciare pentagrammi malfermi per sprigionare la propria vena compositiva.

Di preferenza gli spartiti erano vergati sul retro dell’unica carta rinvenibile nelle case di gente che aveva poca abitudine a scrivere, quella dei calendari.

Le gesta di alcuni compositori passarono di bocca in bocca: per esempio, si narrava che il flicornista Vannucci scrivesse i suoi pezzi mentre andava a lavoro in dorso alla mula.

Altrettanto ammantate di leggenda furono alcune composizioni, a iniziare appunto da “Pipistrello”.

Lo spartito maledetto

L’autore, il maestro P. Gagna, aveva già vergato un centinaio di spartiti prima di questo valzer. Pipistrello era un ostacolo insormontabile per i primi clarinettisti della Filarmonica.

L’assolo richiedeva una tecnica sopraffina, assai difficile da padroneggiare con gli strumenti dell’epoca, rudimentali e poco maneggevoli. I musicisti dovevano esercitare una forte pressione sui tasti, ma ciò rallentava i fraseggi veloci che lo spartito richiedeva.

Così Pipistrello rimase sulla carta, senza essere suonato, fino al dopoguerra. Dopo il 1947, quando la Filarmonica venne a chiamarsi Pietro Mascagni, finalmente arrivò per i poggiaioli il momento di ascoltare quel valzer misterioso di cui tutti avevano sentito tanto parlare ma che solo in pochi avevano avuto la fortuna di udire dal clarinetto del maestro Gagna.

Nuovo clarinettista della banda divenne Argeo Rossi, un vero mostro di tecnica, padre di quell’Emo che con La Banda Del Torchio sta riportando alla luce il patrimonio musicale della Maremma collinare.

Verso la fine degli anni ’50, chiuso il ciclo di Argeo al primo clarinetto, la Filarmonica Mascagni ripose la canzone nel cassetto. Questo fino a qualche anno fa, quando l’arrivo di Alessio Manini e di strumenti più maneggevoli e facili da usare ha favorito il ritorno del valzer nel repertorio.

L’estrema difficoltà esecutiva del brano è oggi universalmente riconosciuta: secondo il docente di clarinetto del Conservatorio Cherubini di Firenze, Andrea Marzà, suonare Pipistrello con i clarinetti di una volta è impresa che rasenta l’impossibile.

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