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Luigino Porri, l’ultimo cocciaio della Maremma collinare

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Luigino Porri, nato a Sorano il 20 maggio 1919, sposato con Giuseppina Bernardoni, due figli, è stato l’ultimo “cocciaio” del paese di Sorano. In occasione della mostra organizzata in sua memoria dal Museo Civico Archeologico della fortezza Orsini, riproponiamo una sua intervista pubblicata sul cartaceo nel 2008, tre anni prima della sua morte.


Gli strumenti che le sue mani hanno plasmato sono entrati in migliaia di case. Vive la passione per la ceramica come una vera e propria malattia, “scoppiata a dieci anni, nella bottega di mio padre e mio zio”.

Luigino Porri è l’ultimo esponente di una famiglia di cocciai attiva a Sorano dal diciottesimo secolo.

“Nel 1929 la bottega era sotto il paese, vicino al Lente – ricorda Luigino – Fino alla chiamata alle armi facevo i fischietti da gioco. Solamente al ritorno dalla guerra, nel 1943, mi misi al tornio. Mio padre era malato, mio zio vecchio: se non imparavo in fretta sarebbero stati dolori per tutta la famiglia. Per sei mesi tenni il forno acceso anche di notte. Alla fine ero in grado di coprire tutto l’armamentario del cocciaio: panate, pignatte, pentole tegami, vasi, tubi per bagni e per acquai, fischietti, rabine, gli scaldini e le pretine, da mettere nel letto con le braci dentro”

Luigino Porri nel 2008. In alto, al lavoro al tornio negli anni ’70.

CO: Molti di questi oggetti, oggi, sono andati perduti

LP: La plastica ha cambiato tutto. Io stesso smisi di fare il cocciaio nel 1956 per via della plastica. Prima era tutto in ceramica, anche i giocattoli. Infatti gli affari andavano abbastanza bene. Rifornivo i negozi di diversi paesi: Bolsena, Valentano, Piansano, Latera, Gradoli, Onano, Acquapendente, Proceno, San Giovanni delle Contee, Castell’Azzara, Manciano, Pitigliano. Poi si vendeva al mercato assieme a mia moglie. A Sorano l’ultima domenica del mese, a Valentano il martedì e poi a Pitigliano, a Castell’Azzara per la fiera di giugno. Il mercato più grande era forse a Manciano. Ogni settimana ci arrivava gente da tutta la pianura della Maremma.

CO: Come si lavorava la ceramica ai primi del ‘900?

LP: Il mio metodo non è cambiato, a eccezione del forno. Negli ultimi anni ne ho preso uno a gas mentre prima era a legna. Anche il tornio che uso non è più lo stesso. Per un periodo provai a lavorare con un tornio elettrico, uno di quei cosi in cui pigiando sul pedale facevi roteare il piatto più forte.Ma non mi ci trovavo e lo abbandonai presto. I colori li ho sempre fatti da me con le diverse basi e il piombo in polvere. Oggi dicono che sia cancerogeno, eppure io sono ancora vivo a 88 anni. Infornavo dieci, quindici chili di piombo alla temperatura di 1100 gradi. Per le basi dei colori usavo un macinino a mano. Gli scarti dei fili della luce in rame servivano per il verde; per il giallo andavo a una miniera di antimonio; poi facevo il nero con una pietra della zona dell’Elmo, il bianco con la terra della montagna di Montevitozzo e così via. una faticaccia, è vero, ma ero sempre contento del risultato.

CollineOggi n. 11, marzo 2008

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