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Quando da Sovana andavano a Fontevecchia

by redazione
fontevecchia

Fra le tante avversità che nei secoli passati tormentarono Sovana, afflitta e spopolata dalla malaria, c’era anche la difficoltà di approvvigionamento di acqua potabile; risulta infatti che nel 1600 dentro la città funzionassero solo tre pozzi, uno dei quali, in “piazzola”, era pubblico.

Nel 1925 fu costruito l’acquedotto a Sovana, come ricordò anche l’archeologo Ranuccio Bianchi-Bandinelli poco prima di scavare la spettacolare Tomba Ildebranda: “A Sovana solo recentemente vi è stata ricondotta l’acqua potabile, riallacciando l’acquedotto mediceo”.

L’insufficienza dei pozzi obbligava gli scarsi abitanti a sobbarcarsi la fatica di andare ad attingere acqua ad alcune sorgenti fuori della città, la principale delle quali era Fontevecchia, a circa un chilometro dall’abitato.

Dove si trova Fontevecchia

Essa si raggiungeva uscendo dalla Rocca e seguendo poco oltre un’antica via a sinistra, che si imboccava da un bell’arco in muratura, distrutto non molti anni fa e che ancora si può ammirare in vecchie fotografie.

La via assumeva per piccoli tratti la forma di via cava, dove si conserva anche qualche tratto di acciottolato, e scendeva in basso nel letto del fiume Calesine dal nome etrusco, proseguendo oltre sul pianoro e sui crinali dei torrenti fino alla borgata di Gorla per raggiungere l’Elmo e proseguire poi verso l’Amiata e la valle del Paglia.

Si tratta di un’antichissima via, come è dimostrato dal rinvenimento, lungo il suo percorso, di vari nuclei di tombe etrusche, di colombari, di lapidi romane e dal ricordo di una chiesa medioevale sorta intorno al Mille; questo percorso è stato utilizzato per molti secoli fino a pochi decenni fa e nel suo tratto iniziale, poco sotto la necropoli etrusca di Monte Rosello, caratterizzata dalla Tomba del Sileno e dal “Colombaro a lacunari”, si trova Fontevecchia, quasi sulla sponda del Calesine.

Chi ci andava e cosa faceva

Fontevecchia utilizza una sorgente che scaturisce dal basso sotto un’alta parete di tufo ed era dotata di lavatoio e abbeveratoio per il bestiame. Qui soprattutto le donne di Sovana venivano a prendere l’acqua con gli orcioli o con le brocche, che portavano senza difficoltà sulla testa, mentre le mani erano impegnate a portare panni da lavare o altri pesi.

Fontevecchia era un segno della fatica, della povertà e delle difficoltà di tante generazioni di sovanesi, ma era anche un luogo di struggente romanticismo, dove si respirava un’aria antica, circondata com’era da un ambiente incontaminato e dal silenzio, appena interrotto dal fluire dell’acqua della sorgente verso il fiume e dal frusciare del vento in alto sulle rupi.

Cosa resta oggi

Oggi Fontevecchia si trova nel più completo abbandono, quasi del tutto coperta all’eterno dalla vegetazione e semisepolta all’interno dall’interramento, da cui ancora riesce ad uscire l’acqua sorgiva; inoltre ha rischiato di esser cancellata per sempre dal crollo di un grosso masso di tufo, staccatosi dalla parete vicina, che l’ha sfiorata nella sua parte sinistra.

Eppure nonostante tutto se ci si fa strada nel velo di vegetazione che lo copre si può constatare che Fontevecchia conserva ancora intatta la sua struttura in tufo, con la bella copertura arcuata che proteggeva dalle intemperie chi veniva a prendere l’acqua, a lavare o ad abbeverarsi.

Angelo Biondi
da Colline Oggi n. 37, luglio 2009

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