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Il giorno in cui Tiburzi andò a offrire la sua protezione ai principi Corsini

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Vissuto alla fine del 1800, il brigante Tiburzi è una figura che ha profondamente segnato l’immaginario popolare della Maremma. In questo brano di Alfio Cavoli, tratto dal libro “Tiburzi storia di un brigante”, Domenichino va a Marsiliana a offrire la sua protezione ai principi Corsini.

Era il caso di trattare un rapporto di collaborazione con i grandi proprietari terrieri. Domenichino cominciò alla Marsiliana. Scese con il Curato alla Casetta di Capita; da lì a Pescia Fiorentina.

Risalirono la collina di Capalbio. Fra boschi, oliveti e antichi muriccioli, arrivarono al paese. Proseguirono; e nelle vicinanze di Poggio Casaglia si fermarono a una vena d’acqua per far colazione.

Un’altra scarpinata e furono nelle terre del principe Corsini. Centinaia di bestie punteggiavano una pianura con i loro mantelli bianchi, grigi, sauri. Fra tutti, spiccavano quelli candidi dei cani da pastore. Alcuni butteri che scorrazzavano nella prateria rinverdita dalla primavera videro arrivare Domenichino e il curato. Due si staccano dalle mandrie e galoppano verso di loro.

L’incontro col fattore della tenuta Orsini

“Chi siete? Dove andate?”, domandò uno dei cavalcanti, pur avendo intuito dalle armi che sfoggiavano come si trattasse di due fuoriusciti.

“Io sono Domenico Tiburzi; e questo è Domenico Biagini”, rispose franco Domenichino. E notando che l’interlocutore era rimasto sorpreso da quei nomi, non nuovi al suo orecchio, aggiunse:

“Non vogliamo fare del male a nessuno. Soltanto parlare col ministro”.

“Il signor ministro è in fattoria – disse l’uomo – possiamo chiamare il fattore che si trova alla Casetta del Piano, non lontana da qui”

“Bene! – annuì Tiburzi – Lo aspettiamo”. I butteri spronarono i cavalli e si allontanarono verso il luogo, nei pressi della strada ‘Maremmana’. L’attesa fu breve. Il fattore arrivò al galoppo con il suo baio, seguito dai dipendenti, che gli si misero ai lati, a debita distanza.

“Allora signor Tiburzi – chiese al bandito che gli era stato descritto come il più piccolo dei due – cosa vuole dal ministro?”

“Parlargli della paglietta” rispose Domenichino senza preamboli. “La paglietta? E che roba sarebbe?” fece l’amministratore intuendo il significato della richiesta ma fingendo di non capire.

La trattativa per la ‘paglietta’

“Vede fattore, noi latitanti, alla macchia non si vive di spirito santo – andò giù duro Tiburzi – Siamo costretti a rubare a chi ne ha; e se chi ne ha rifiuta, gli si brucia il raccolto del grano, per punizione; oppure gli si ‘sgarrettano’ gli animali. Capisce?”

“E le sembra giusto?” disse l’uomo.

“Se sia giusto o no, lo decida lei. Per noi è necessario!” precisò il brigante, e aggiunse: “A Canino c’è un ricco prete che ci negò mille lire. Gli si bruciò tutti i fienili e ne perse molte di più. Da quel giorno è sceso a patti con noi e ci versa mensilmente un tot per stare tranquillo. Questa è ‘la paglietta’. Mi sono spiegato?”

Il fattore cominciava ad essere nervoso; ma i fucili, le rivoltelle, i pugnali, le cartucciere che vedeva addosso ai banditi, gli consigliarono la calma. “E allora cosa dovrei fare?” disse contrariato.

“Lei niente: andare semplicemente dal suo signor ministro a spiegargli la situazione – lo rasssicurò Domenichino – Aspetto qui la risposta, domani, a quest’ora. La riverisco!”

E mentre si erano già incamminati per inoltrarsi in un bosco vicino, Tiburzi si voltò, chiamò il fattore e gli disse: “Ah, dimenticavo! Faccia presente al suo superiore che ci assumiamo pure la vigilanza dell’azienda contro ladri, incendiari, ‘sgarrettatori’ e briganti diversi da noi. Vedrà che si farà una ragione e ci offrirà una paglietta generosa. Gli conviene!”

I dettagli della protezione

Il fattore giunse puntuale all’appuntamento dell’indomani. I briganti lo videro arrivare solo; e capirono che i loro nomi erano stati iscritti nel libro paga della tenuta di Marsiliana.

“Signor Tiburzi – esordì soddisfatto – è stata dura ma ce l’abbiamo fatta! Il ministro un po’ ha nicchiato; finendo per convenire con me che l’affare non era da respingere”.

“Lo credo bene – disse Domenichino, più soddisfatto del fattore – Io so che Fortunato Ansuini e Damiano Menichetti vi procureranno noie a non finire; che decine e decine di ladruncoli e di malviventi attentano di continuo alle vostre proprietà. Non si azzarderanno più a farlo, questo è sicuro. Vigileremo e li costringeremo a volgere altrove i loro passi”

“Intanto – disse l’uomo estraendo una busta dalla tasca interna della giubba e porgendola a Tiburzi – prendete queste. Per i mesi a venire vi faremo avere una somma che non vi dispiacerà”.

Le contarono. Erano alcune banconote da cento lire. Si strinsero la mano; e Menichino, accennando a togliersi il cappello: “Ci riverisca il signor ministro” – disse.

Alfio Cavoli
Colline Oggi n. 12, marzo 2008

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