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Dentro l’orologio del campanile di Pitigliano

by redazione
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Dieci anni fa, a marzo 2010, l’orologio del Duomo di Pitigliano tornò a segnare l’ora dopo oltre venti anni che era fermo. L’autore del recupero fu un pitiglianese esperto di meccanica tornato in paese dopo una vita passata a lavorare a Roma per una multinazionale, Araldo Savelli, che ci accompagnò dentro la torre del Duomo per spiegarci il restauro dell‘orologio e il suo funzionamento.

L’orologio del Duomo di Pitigliano venne inaugurato il 25 febbraio 1925 e rivoluzionò le abitudini del paese. Fino ad allora i giubbonai si basavano sulla posizione del Sole per misurare lo scorrere del tempo, col risultato che un orario riconosciuto da tutti non esisteva, dal momento che, quasi sempre, ciascuno aveva una propria idea diversa da quella degli altri.

L’orologio del campanile dotò Pitigliano per la prima volta nella sua storia di una ora oggettiva e insindacabile. Tra i giubbonai si fece largo il passatempo di sfidarsi a chi indovinava l’ora esatta. I pronostici venivano snocciolati in piazza della Repubblica ed erano seguiti dall’immancabile passeggiata verso il Duomo, dove le lancette del quadrante stabilivano il vincitore della sfida.

Un orologio a vento

Quello era l’orario ufficiale del paese e poco importava che non fosse del tutto preciso: la stanzetta dove si trova il macchinario dell’orologio, sulla terza rampa di scale del campanile, era infatti aperta a spifferi e ventate che facevano ballare le lancette e slittare l’ora anche di dieci e più minuti.

Proprio le numerose aperture del locale hanno causato il blocco dell’orologio, seppur indirettamente: la prima volta che Araldo è entrato nella stanza del campanile, questa era diventata un ricovero di piccioni; gli ingranaggi del macchinario avevano smesso di girare perché inceppati dagli escrementi.

“Un vero macello, ma ormai avevo deciso di rimettere in funzione l’orologio e non potevo far altro che andare avanti – dice Araldo – L’idea mi era venuta al vedere il restauro del campanile del Duomo. Mi sono detto che era il momento di ristabilire anche la memoria temporale di due e più generazioni di pitiglianesi”.

Il meccanismo ritirato a lucido

Per far tornare in vita l’orologio Araldo ha dunque iniziato col pulire il macchinario: fatica non da poco, se si considera che per portarla a termine ha anche dovuto far salire un compressore sulle tre ripide scalinate a muro del campanile. Dopo l’acqua compressa Araldo ha passato sui macchinari della nafta per togliere ogni residuo di grasso secco, e quindi del lubrificante.

A questo punto i meccanismi erano pronti ed è arrivato il momento della carica. Col suo fisico gracile il Savelli ha tirato i contrappesi dell’orologio, lunghi tre piani, ogni mattina, alle nove, per un mese. Nel frattempo studiava come riparare il meccanismo della carica automatica. Una volta ricavato lo schema elettrico, e fatta arrivare la corrente nello stanzino, l’orologio era nuovamente pronto per funzionare in autonomia.

Quando l’orario è fuori dal tempo

Oggi Araldo continua ad andare di quando in quando nella stanzetta per effettuare le riparazioni del caso. Il locale è illuminato da due lampade a basso consumo regolate da un timer, e tutte le grappe interne del quadrante dell’orologio, fino a qualche mese fa preda dell’usura, sono state sistemate. L’orologio ha ripreso a battere minuti e ore, proprio come un tempo… Già, perché tutto Araldo ha potuto, tranne che evitare che il vento forte sballi l’orario:

“Oggi l’orologio ha un gioco di cinque minuti: l’ora può essere sbagliata di due minuti e mezzo in avanti o indietro a seconda del vento che tira”. D’altronde la precisione al millesimo di secondo degli orologi al quarzo e atomici si addice meglio alla vita di città; in collina due minuti non fanno la differenza.

Elaborato da Colline Oggi n. 44, aprile 2010

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