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I canti della Befana in Maremma spiegati bene

by redazione
gruppo-befani-sorano

Molti gruppi la sera del 5 gennaio di ogni anno vanno “a cantà la Befana” nei paesi e nelle campagne di Pitigliano, Sorano, Manciano e del versante sud-est amiatino, con sconfinamenti nei vicini comuni laziali di Latera e di Onano.

E’ qui che si conservano le forme più antiche e ininterrotte, anche se varie, della “Befana”, estesa comunque a buona parte della Maremma, tanto da poter considerare questa zona come “elettiva” della tradizione popolare, dove essa è ancora forte mentre nell’area settentrionale della Maremma è più forte la tradizione del “Maggio”.

In effetti la “Befana”, canto di questua e spettacolo popolare comico portato di casa in casa, affonda le sue radici in un lontano passato e presenta significati di varia natura ed aspetti e sedimenti culturali di grande interesse, spesso nascosti e non più facilmente comprensibili.

Nel passato erano molto diffusi i canti della Befana a contenuto religioso, poi sostituiti da Befane “profane”, che però conservano sempre almeno il riferimento ai Re Magi venuti dall’Oriente ad adorare il Bambin Gesù.

Le varianti locali

Al fianco di ovvie basi comuni il rito presenta notevoli diversità da paese a paese, a iniziare dalle parole e dalla musica delle canzoni (vedi più in basso). Questi elementi di individualità locale ancora oggi sono molto sentiti, e non solo dalla popolazione più anziana.

Per citare alcuni degli elementi caratteristici, la Befana delle Tre Case, una frazione del comune di Piancastagnaio, insieme ai soliti personaggi di Befana e Befano presenta due frati francescani che evidentemente richiamano le origini della borgata, nata attorno alla chiesina del SS. Crocifisso, erede dell’antico Convento francescano delle Ripe.

A Montevitozzo il gruppo si porta appresso anche la figlia della coppia di Befani da maritare, come del resto a Saragiolo. In questa maniera i gruppi si differenziano rispetto ai gruppi delle Tre Case, da cui sono nati per scissione: ovviamente la presenza della figlia da maritare fa sì che una strofa della canzone inciti eventuali spasimanti.

La canzone della Befana che si canta a Montebuono è rappresentativa di tutta l’area sovanese, ma vi integra una prima strofa di una canzone “fiorentina” (importata da tagliatori dell’appennino fiorentino), la stessa che si ritrova più ampiamente anche nella Befana di San Martino sul Fiora.

Castell’azzara è rappresentata da un gruppo di giovani che hanno modificato la tradizione, presentando non una sola, ma varie coppie di Befana-Befano. Si dimostra così che, se questa zona da una parte conserva e tramanda piuttosto intatte le forme tradizionali delle Befanata, dall’altra è aperta ad aspetti evolutivi della tradizione stessa, ma senza stravolgimenti.

gruppo di giovani Befani a San Quirico nel 2008

La Pasqua Epifania

In vari canti della Befana si ritrova il richiamo alla “prima Pasqua che viene dall’Anno, chiamata Pasqua Epifania” e molti si meravigliano, perchè ormai siamo abituati a considerare un’unica Pasqua, quella di Resurrezione.

In realtà la dizione di questi canti della Befana è corretta, perchè il termine Pasqua, nel significato di “manifestazione del Signore”, corrisponde a tre festività: l’Epifania, prima manifestazione del Signore ai Magi (e quindi prima Pasqua), la Pasqua di Resurrezione (ormai la Pasqua propriamente detta) e la Pentecoste con la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli (detta anche “Pasqua di Rose”).

Anticamente l’Epifania era Capodanno e dunque la tradizione della Befana esprimeva anche il discrimine tra l’anno vecchio e l’anno nuovo, tra vecchia e nuova stagione, preludente pure al Carnevale (“siamo giunti al Carnevale, dacci un coscio di maiale”); era inoltre festa degli alimenti, occasione di riaggregazione culturale nelle piccole comunità e di superamento di inimicizie e rancori.

Una tradizione livellatrice

Di grande interesse è il fatto che in passato il canto di questua della Befana era riservato i più poveri della comunità, che potevano così ricevere una certa quantità di salsicce e carne di maiale, dono tradizionale ai gruppi della Befana.

Qui s’innesta un aspetto di notevole valore culturale: il dono della carne non avveniva dal ricco al povero in una forma più o meno mortificante di elemosina, ma in condizione di parità; non a caso il canto di questua si strutturava in modo da portare “simbolicamente” un dono tutte le categorie di persone della famiglia (bambino, giovani e ragazze, vecchiarelli ecc.) ricevendo in cambio “materialmente” salsicce ed altri generi alimentari.

Così veniva rispettata la dignità della persona del povero, che non per la sua penuria di beni materiali doveva essere “inferiore”. E’ questo un grande valore della tradizione della Befana, degno di attenta riflessione in una società moderna che ha semplicemente perduto espressioni di questo genere senza trovare forme sostitutive.

La canzone della Befana

A seguire alcune strofe di un canto della Befana proveniente da Sorano. Oltre alle varianti elencate sopra, anche nello stesso paese possono convivere diverse declinazioni tanto della canzone quanto dei gruppi itineranti.

Canto della Befana di Sorano

Oggi è il 5 di gennaio e domani è Befania
e nel nome di Maria vi si viene a salutare /
salutiamo il più piccino nella culla appena nato /
sembra un angelo beato bianco rosso e birichino.
[…]
Se qualcosa ci darete noi di qui fuggiam ridendo /
per le strade noi dicendo buona gente a questo mondo /
Ma se niente ci darete noi di qui fuggiam piangendo /
per le strade noi dicendo brutta gente a questo mondo

Adattamento dagli articoli del professor Angelo Biondi pubblicati su CollineOggi n. 41 e 53

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