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Bruno Bartolacci e la vita da capofficina nel villaggio minerario del Siele

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Bruno Bartolacci, nato il 21 aprile 1923 a Santa Fiora, residente a Castell’Azzara. Sposato con Rosa, un figlio: ultimo esponente di una famiglia che ha dato alla miniera del Siele tutti i capo officina della sua storia.

“Mio nonno ha aperto l’impianto, mio padre l’ha portato avanti e io l’ho finito, nel 1983, dopo aver vissuto al Siele per quasi 60 anni” dice Bruno nel locale di Castell’Azzara in cui oggi si diletta a riparare elettrodomestici.

“Nel villaggio ho aperto gli occhi sul mondo. Quando ero piccolo c’era una popolazione di 800 persone, l’unica cosa che mancava era una chiesa. Avevamo le poste e anche la scuola: ci venivano pure i contadini del Roccone e di Poggio Biancone (località dei dintorni, ndr). Giornate spensierate. Facevamo combriccola tutti con tutti, i figli dei dirigenti con quelli degli operai. Ci sentivamo in un ventre di vacca come si dice”.

D: Quando entrò nella officina della miniera?

R: Più tardi, al ritorno dalla guerra, dopo essere stato prigioniero per due anni in Germania. Nel frattempo più di mille persone vivevano al Villaggio del Siele. Non ero specializzato ma facevo la manutenzione di tutti gli impianti: quello di ventilazione, quello elettrico, quello meccanico. Davvero l’officina era il cuore della miniera. Non c’erano orari, se qualcosa smetteva di funzionare si lavorava anche di notte.

D: Come era il rapporto con i minatori?

R: Loro arrivavano da Castell’Azzara e da Santa Fiora. Facevano la settimana lavorativa e poi tornavano a casa. A forza di avere sempre a che fare con pala e piccone diventavano rudi di carattere, andarci a competere non era facile. Quando arrivarono i martelli perforatori montarono su un quarantotto, dicevano che loro con la mazza gubbia facevano meglio… Ma per fare i fori in cui mettere le mine scrive servivano due persone, una che tenesse fermo lo stampo mentre l’altra girava! Non gli interessava. Sprezzavano il pericolo e non volevano sentire ragioni. Anziché con le mascherine, in molti entravano in miniera con un fazzoletto sulla bocca. Non sempre, in effetti, a quei tempi le norme di sicurezza erano rispettate, a volte capitavano degli incidenti.

Foto di gruppo dei minatori del Siele

D: Quanto spesso capitavano incidenti sul lavoro?

R: Non troppo, fortunatamente. Di solito non erano cose gravi. Una volta, però, ricordo che ci fu una esplosione di grisou che fece tre vittime. All’epoca non c’erano leggi sulla sicurezza, l’ingegnere del Siele però ci prestava attenzione. Volle che tutte le gallerie fossero illuminate. La luce era importante perché se non funzionava l’impianto elettrico i minatori capivano che qualcosa non andava e uscivano di corsa. Poi col tempo le leggi si fecero più severe. Qualcosa è cambiato, ma non molto. Basta sentire telegiornali per rendersi conto che a lavoro si continua a morire.

Colline Oggi n.12, marzo 2008

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