Il brigante Domenico Tiburzi è una delle figure di spicco dell’immaginario popolare della Maremma. Vissuto alla fine dell’800, le sue gesta passarono di bocca in bocca davanti ai focolari domestici o ai tavoli delle osterie. Un giorno, dalla foresta di Montauto in cui si rifugiava, Tiburzi si recò dentro il paese di Manciano. Il brano che segue, tratto dal libro “Tiburzi il brigante” di Alfio Cavoli, ci racconta questa insolita escursione del bandito.
A Manciano, Tiburzi non aveva mai messo piede. Sapeva che gli avevano affibbiato una definizione dettata dalla presenza nel suo territorio di numerosi latitanti: “Manciano dalla bella insegna, covo di ladri e spia della Maremma”. Un giorno decise di andarvi. Si fece prestare una cavalcatura e partì. Oltrepassata la Campigliola, da un pecoraio che seguiva lo spostamento di un gregge si fece indicare la strada più breve per arrivare al paese. Entrato in Manciano, alla prima campanella che trovò legò la bestia; e se n’andò tranquillo in giro per l’abitato come un qualsiasi turista. D’altra parte, si era vestito in maniera adeguata alla circostanza, armi indosso non ne aveva, tranne un revolver che portava sotto l’ascella. Nessuno pensava che nei panni di quel forestiero si potesse celare il brigante più ricercato della Maremma. Alla sommità della prima via per la quale si arrampicò vide un’insegna: “Locanda le stelle”. Si ripromise di farvi una capatina. Giunse per un’erta fino alla torre dell’orologio, passò davanti alla chiesa e si trovò in uno spiazzo sterrato sul quale si affacciava una tozza costruzione merlata. Sul portone dell’edificio opposto si leggeva una targa: “Carabinieri reali”. La cosa che apprezzò più di tutte fu il panorama che si godeva di lassù verso il mare, oltre la collina di Marsiliana del suo finanziatore Corsini. Ristette un po’ a contemplare quella meraviglia e, vedendo che il disco del sole era già tagliato a metà dall’orizzonte, tornò alla torre dell’orologio e per la via in discesa raggiunse la locanda. Il gestore era un brigadiere dei carabinieri in pensione, un certo Vecchierelli. Lasciata la Benemerita, aveva impegnato i denari della liquidazione in quell’attività. Per rifuggire da una vita oziosa. Non si sa quante volte, negli anni di servizio, aveva perlustrato il territorio per dare la caccia ai briganti; e in particolare a Tiburzi. Come fosse fisicamente il bandito però non sapeva; e quindi quell’avventore entrato nel suo esercizio lo lasciò quasi indifferente. Domenichino chiese se poteva mangiare qualcosa. Vecchierelli assentì e lo fece passare nella saletta dietro il bancone della mescita. Ordinò un piatto di tagliatelle al ragù, una bistecca ai ferri con un contorno d’insalata e mezzo litro di vino. Aveva appetito e divorò tutto in pochi minuti. Completò la cena con una fumata di sigaro; e si trasferì nel locale d’ingresso, dove diversi clienti si stavano organizzando per una partita a carte. Offrì la sua partecipazione e trovò un giovanotto disposto a giocare una briscola in coppia con lui. Ci prese gusto –perché vinceva- e di partite ne giocò parecchie, tanto che il tempo era volato via. Quando guardò l’ora nell’orologio di tasca, si accorse che era tardi. Borbottò che non si poteva trattenere più a lungo. Andò nel “loco comodo” a orinare; ne sortì salutando tutti e si precipitò verso la porta d’uscita, dopo aver lasciato sul tavolo un foglio ripiegato in quattro. Lo aprirono e lessero poche parole a malapena decifrabili: “Grazie per la bella serata. Domenico Tiburzi”. Non credevano ai loro occhi. E al Vecchierelli, che li vedeva pervasi dallo stupore” Brigadiè questa sì ch’è bella! – dissero, tutti eccitati – Lo sa chi era quel signore che è uscito?”. “E chi sarà stato mai, il Cacini?”, fece spiritosamente l’ex sottufficiale dei carabinieri. “Sveglia Brigadiè! Ora si capisce perché i latitanti l’hanno sempre fatta franca con lei! – lo canzonarono – Quel signore era il brigante Domenico Tiburzi!”
Non ci volle credere. “Secondo me – disse – quell’uomo si è voluto burlare di noi”. E su questa ostinata convinzione si arroccò per chiudere l’argomento, che tuttavia diventò la favola del paese.
Alfio Cavoli
da Colline Oggi n° 4, 4 ottobre 2007






