L’odore della vendemmia

La vendemmia, la vedevi! La sentivi! la guardavi! L’assaggiavi, tutta. Ora, bevi il vino, lo sorseggi, scegli la bottiglia ‘di nome’ o dell’annata consigliata, ma l’odore de la vendemmia, quello, chi te lo vende? La vendemmia, allora, era di tutti: di Meco, di Cecco, di Nanni  e di Tito. Somari e padroni viaggiavano a giornata: chi na’ sòma, chi tre. Allora non si parlava di ettari ma di rasòle. Il via vai giù per le cantine cominciava almeno 15 giorni prima, chè i padroni dovevano bagna’ botti, tinelli e bigonzi. Poi, prima del dunque, l’òmini capavano i grappoli più schietti e, le donne li legavano a due a due co’ la corda e l’attaccavano a la pertica ‘n cantina, che poi, ‘na ciocchina a la volta, si mangiava come companatico. Giù pe’ que’ vicoli in quei giorni lì c’era più chiasso di sempre: citrini, somari, òmini e donne; chi co la palla, chi co’ la sòma, chi col corbello e chi co’ le brocche dell’acqua, tutti si vendemmiava insieme a tutti. L’odore dell’uva ammostita saliva e scendeva le scale, rampicava su nel muro dell’orto, faceva ‘l giro della piazzetta e rigirava di là. E quell’acuto dolce scappava di cantina anche quando ‘l padrone, finita l’opera, chiudeva l’uscio e andava a cena.

Gosto, Tònio e Gigi, mattina e sera passavano già chè bisognava appozza’; eppoi c’era da svina’: ‘l bianco dopo sei-sette giorni e ‘l nero du’ o tre giorni dopo. E l’òmini col grembio di

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balla davanti e le mani tinte dall’uva e dal mosto assaporavano ‘l vino suo o quello di chi aveva svinato ‘l giorno avanti e già avevano ‘n bocca anche quello che avrebbero assaggiato ‘l giorno dopo. Le donne, qualcuna s’azzardava a mandà giù ‘n sorsino di quel vino torbo ma, quello più abboccato però.
Noi cittadini bisognava aspettà la vinella. E, io, quando vedevo che ‘l mi’ babbo metteva la

vinaccia dentro al tinello e la ricopriva d’acqua, già mi sentivo pizzicà la lingua… quant’era bòna quella bibita rosa col frizzantino dentro.
A di’ la verità, giù pe quei vicoli l’odore del vino si sentiva anche prima di vendemmià chè, coll’uva sciupata: quella mangiata da le vespi e dall’uccelli, l’òmini ci facevano ‘l bigonzàccio. Con quei grappoli bianchi e neri mischiati insieme ci veniva ‘n vinettaccio ma, chi ce l’aveva beveva volentieri anche quello.

Luciana Bellini

(da Colline Oggi numero 3, settembre 2007)

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