Uomini alti più di due metri quando l’altezza media era di poco superiore al metro e cinquanta. Lo studioso Giovanni Feo ci parla di un mistero ancora tutto da risolvere.
Nel territorio etrusco, presso varie località, sono stati frequentemente rinvenuti resti di giganti. Non solo nei sepolcri etruschi, ma sorprendentemente anche nelle tombe rinaldoniane. Nella sua Storia di Viterbo, l’erudito Frate Annio riporta la notizia del ritrovamento di una “testa di gigante”, presso la chiesa di S. Rosa. Scrive poi di “un corpo gigantesco” rinvenuto nell’etrusca Cortenebra. Certo, si può pensare che la fantasia di Frate Annio viaggiasse a briglia sciolta, eppure storie e racconti di ritrovamenti di ossa di gigantesche proporzioni sono ancor oggi udibili sia nella Tuscia viterbese che nella Maremma grossetana. Un grande viaggiatore e scopritore di siti etruschi, George Dennis (1814-1898), scriveva: “Se si deve dar credito ai contadini, le ossa rinvenute a Saturnia erano di proporzioni gigantesche”. Lo scrittore e d
iplomatico inglese nel 1843 aveva visitato la necropoli di Pian di Palma, a Saturnia, dove vide i tumuli dolmenici costruiti con grandi lastre di travertino infisse verticalmente nel terreno, altre poste a copertura. La tradizione classica tramanda che Saturnia è stata fondata dai Pelasgi, autori delle mura poligonali che si possono ammirare nell’antica porta d’ingresso alla cittadina.
Non lontano da Saturnia, a Orbetello, davanti al monte Argentario, molti si ricordano di quando, durante un’alluvione, vennero alla luce tombe con ossa gigantesche. Anche Orbetello ha mura poligonali e, come per Saturnia, la tradizione tramanda di origini pelasgiche. È inverosimile che tutte queste testimonianze, comprese alcune molto autorevoli, siano il frutto di menzogne o di una suggestione collettiva. In una pubblicazione curata dall’archeologo Francesco Nicosia, già a capo della Soprintendenza Nazionale per i Beni Monumentali, si legge che le tombe “a uovo” scavate nella località viterbese di Rinaldone, contenevano numerosi scheletri che superavano i due metri di altezza. Dove sono finite quelle ossa? Scomparse. Comunque non è noto se siano state eseguite analisi di laboratorio per trarne informazioni utili alla ricerca storica. È probabile non siano mai state fatte, poiché all’epoca dei ritrovamenti in Italia ancora non erano utilizzate, né facilmente disponibili per la ricerca storico-archeologica.
È anche possibile che quelle ossa gigantesche, al di fuori dei normali parametri degli studi accademici, siano state etichettate come reperti “fuori contesto storico”, per poi essere dimenticate nei depositi di qualche museo.
Sia i giganti ritrovati nelle tombe rinaldoniane, che quelli rinvenuti nei sepolcri etruschi, sono stati sempre una percentuale esigua rispetto agli scheletri di statura normale. Quello dei giganti era quindi un ceppo elitario, non il prevalente.
Resta la nuda evidenza: giganti rinaldoniani e giganti etruschi, ambedue rinvenuti nei medesimi siti dell’Italia centrale, tra Toscana, Umbria e Lazio. Nel caso della tomba numero 7 nella necropoli del Naviglione (Farnese, Viterbo), scoperta dagli archeologi Rittatore e Falchetti, furono addirittura ritrovati vasi rinaldoniani ancora integri, accanto a buccheri e olle etrusche.
I Giganti d’Italia non sono soltanto quelli dell’antica Etruria. In Calabria, a Marina di Caulonia, vennero alla luce tombe protostoriche di persone alte sui due metri. Di ossa gigantesche è piena la Sardegna, almeno secondo ciò che asseriscono fonti numerose e attendibili.
D’altra parte, non ci sarebbe nulla di così eccezionale. Persone di alta statura sono sempre esistite. Lo strano è che quelle ossa singolari, che se analizzate fornirebbero preziose informazioni, non sono visibili, ed è come se non fossero mai esistite. Reperti “fuori contesto”?
Un’ipotesi sembra confortata dalle evidenze sinora esposte. Alla fine del neolitico, un progredito popolo del mare, in seguito a una carestia o in cerca di nuove terre, iniziò una migrazione via mare dall’Egeo anatolico, arrivando a toccare svariati territori mediterranei. Una parte di loro sbarcò nei pressi del monte Argentario (Orbetello, Porto Ercole), tradizionalmente ritenuto uno dei maggiori porti ‘pelasgici’ della Toscana meridionale. In seguito quel popolo percorse la valle del fiume Fiora e, da lì, raggiunse la regione vulcanica e rupestre intorno al lago di Bolsena: il territorio dei tufi, l’Etruria rupestre, che divenne la loro nuova patria.
Giovanni Feo
Foto di Maurizio di Giovancarlo





