Ricorre quest’anno il Bicentenario della nascita di Garibaldi e la ricorrenza è stata di recente celebrata a Talamone, dove i Mille sostarono il 7-9 maggio 1860 per rifornirsi prima di sbarcare in Sicilia. Sta passando però quasi sotto silenzio l’episodio che in quell’occasione coinvolse direttamente il nostro territorio: la spedizione Zambianchi.
Da Talamone infatti si staccò, per ordine di Garibaldi, una colonna di circa sessanta garibaldini al comando del colonnello Callimaco Zambianchi, con l’ordine di dirigersi verso lo Stato Pontificio, ingrossarsi con volontari, provocare insurrezioni delle popolazioni, dirigersi verso Orvieto, il Reatino, gli Abruzzi, unendosi ad altri corpi di spedizione, che si stavano radunando a Genova per intervenire nello Stato Pontificio e poi nel settentrione del Regno di Napoli, attaccandolo così da nord e da sud, dove agivano i Mille di Garibaldi.
La Colonna Zambianchi doveva costituire l’avanguardia di questa più vasta impresa, che però trovò subito contrario Cavour, preoccupato delle reazioni internazionali, specie della Francia, in caso di attacco allo Stato della Chiesa. L’abile attività di Cavour, seguito poi da Ricasoli, riuscì a neutralizzare il rischio, in seguito dirottando in Sicilia quasi tutti i volontari di Genova, galvanizzati dai successi di Garibaldi, e cercando subito di bloccare Zambianchi con l’invio di un corpo di Granatieri al comando del Capitano Collobiano.
La Colonna Zambianchi, partita l’8 maggio da Talamone, per Fonteblanda e Magliano giunse a Scansano, dove si fermò tre giorni, ingrossandosi con un’ottantina di volontari livornesi ed altri del posto o giunti alla spicciolata. Poi per Montemerano e Manciano, dove fu raggiunta da volontari massetani, si diresse a Pitigliano per la sosta più lunga dal 14 al 18 maggio.
Pitigliano era un ottimo osservatorio sul confine con lo Stato Romano; vi era poi un buon numero di rifugiati pontifici e vi si svolgevano, come a Sorano, attività di propaganda e penetrazione in collegamento con i vicini paesi del viterbese, fornendo segretamente armi anche tramite contrabbandieri.
Nonostante la contraddittorietà delle notizie raccolte, Zambianchi e i suoi (ora 320) il 19 maggio dovettero muoversi per l’avvicinarsi dei granatieri del Collobiano, mandati per arrestarli, e per la via del Voltone entrarono nello Stato della Chiesa, dirigendosi verso Orvieto. Ma a Grotte di Castro furono attaccati da un manipolo di cavalleria pontificia; non è chiaro l’esito dello scontro, forse favorevole ai garibaldini, ma che tuttavia provocò un certo sbandamento nelle loro file. Fu così più facile al Gonfaloniere di Pitigliano, giunto lì con ordini superiori, convincerli a tornare indietro.
Per S. Quirico i garibaldini giunsero a Sorano, fortificandosi però nella Fortezza Orsini, decisi a resistere allo scioglimento. I granatieri circondarono la Fortezza, ma l’opportuna mediazione dei Gonfalonieri di Sorano e Pitigliano evitò lo scontro fratricida.
Così la colonna si sciolse il 21 maggio, senza particolari risultati. Tuttavia essa non fu una semplice diversione dell’ impresa dei Mille, ma doveva essere parte di un più vasto piano di attacco allo Stato Pontificio e poi al regno di Napoli, concepito dai mazziniani, e di cui Cavour percepì subito il pericolo e fece di tutto per bloccare la spedizione.
Angelo Biondi
da Colline Oggi numero 2 del 23 agosto 2007.






