L’animale notturno non c’entra, se non nella misura in cui gli è intitolato un pezzo popolare che a Poggio Murella è ormai diventato leggenda. In un (per la verità improponibile) paragone con la musica rock, il valzer composto ai primi del ‘900 dal maestro P. Gagna sarebbe Black page di Zappa, l’infernale assolo di batteria che solo due musicisti della perizia di Terry Bozzio e Vinnie Colaiuta sono riusciti a eseguire senza sbavature. Così lo spartito di Pipistrello è stato per decenni un vero incubo per i clarinettisti della Filarmonica Mascagni.
Ma per capire l’alone di leggenda che circonda la composizione è meglio fare un passo indietro e spiegare il ruolo della musica nella comunità di Poggio Murella. Agli inizi del ‘900, in paese, si formò la società Filarmonica che nel dopoguerra avrebbe tratto il nome dal musicista livornese Pietro Mascagni. Tutti i cittadini ne diventavano soci versando ogni anno un quarto di staio di grano per componente del nucleo familiare. In cambio la Filarmonica provvedeva ai funerali di famiglia: cassa da morto, marce funebri, servizio di trasporto a spalla della bara erano servizi garantiti a tutti i soci. Le quote di iscrizione servivano a comprare gli strumenti dei musicisti e a far arrivare a Poggio Murella i maestri, che in origine dovevano anche fare i podisti dal momento che, all’epoca, la corriera fermava a Poggio Capanne, a tre chilometri di distanza dall’abitato. Le lezioni di musica entusiasmarono i poggiaioli. In quegli anni molti neonati vennero registrati all’anagrafe con nomi davvero singolari, ottenuti dall’unione di più note: Remido, Doremi, Sila, Simildo, Miredo. Una situazione quasi ai limiti del paradossale, per un paese dove pochissimi sapevano leggere e scrivere l’alfabeto, che tutti sapessero districarsi con la notazione musicale. Molti poggiaioli si misero a tracciare pentagrammi malfermi per sprigionare la propria vena compositiva. Di preferenza gli spartiti erano vergati sul retro dell’unica carta rinvenibile nelle case di gente che aveva poca abitudine a scrivere, quella dei calendari. Le gesta di alcuni compositori passarono di bocca in bocca: per esempio, si narrava che il flicornista Vannucci scrivesse i suoi pezzi mentre andava a lavoro in dorso alla mula. Altrettanto ammantate di leggenda furono alcune composizioni, a iniziare appunto da “Pipistrello”. L’autore, il maestro P. Gagna, aveva già vergato un centinaio di spartiti prima del valzer poi divenuto leggenda. Pipistrello era un ostacolo insormontabile per i primi clarinettisti della Filarmonica. L’assolo richiedeva una tecnica sopraffina, assai difficile da padroneggiare con gli strumenti dell’epoca, rudimentali e poco maneggevoli. I musicisti dovevano esercitare una forte pressione sui tasti, ma ciò rallentava i fraseggi veloci che lo spartito richiedeva. Così Pipistrello rimase sulla carta, senza essere suonato, fino al dopoguerra. Dopo il 1947, quando la Filarmonica venne a chiamarsi Pietro Mascagni, finalmente arrivò per i poggiaioli il momento di ascoltare quel valzer misterioso di cui tutti avevano sentito tanto parlare ma che solo in pochi avevano avuto la fortuna di udire dal clarinetto del maestro Gagna. Nuovo clarinettista della banda divenne Argeo Rossi, un vero mostro di tecnica, padre di quell’Emo che con La Banda Del Torchio sta riportando alla luce il patrimonio musicale della Maremma collinare (vedi Colline Oggi numero 39). Verso la fine degli anni ’50, chiuso il ciclo di Argeo al primo clarinetto, la Filarmonica Mascagni ripose la canzone nel cassetto. Questo fino a qualche anno fa, quando l’arrivo di Alessio Manini, e di strumenti più maneggevoli e facili da usare, hanno favorito il ritorno del valzer nel repertorio. La machiavellica difficoltà del pezzo è oggi universalmente riconosciuta. Addirittura, secondo il docente di clarinetto del Conservatorio Cherubini di Firenze, Andrea Marzà, suonare Pipistrello con i clarinetti di una volta è impresa che rasenta l’impossibile.