Nelle colline il musicista Emo Rossi è una istituzione. Attivo da oltre 45 anni, con La banda del Torchio forma oggi uno dei pochi collettivi rimasti a custodire le canzoni della tradizione maremmana. Gli spettacoli del pittoresco trio sono tra i più gettonati di feste e sagre – come testimonia il successo della canzone ‘Podere’, un inno alla vita di campagna conosciuto a memoria in mezza Toscana.
Incontriamo Emo nello studio che ha allestito a Poderi di Montemerano. Qui nel tempo sono passati Don Bachi, Stefano Rossi e Nada. Al nostro arrivo lo troviamo seduto con il gatto Lapù.
CO: Quando ti sei avvicinato alla musica?
ER: Molto presto. Dalla mia ho avuto la fortuna di venire al mondo in un borgo molto vivace da un punto di vista musicale come Poggio Murella. Oltre alla banda, che tra parentesi è una delle poche rimaste ancora oggi in attività, in paese c’erano molti complessini. Dopo il lavoro in molti si riunivano per strimpellare. Mio padre suonava il clarinetto. Oltre che nella banda si divertiva anche in un gruppo che aveva fondato, il “Quintetto Star”. Quando lavorava nei campi lasciava lo strumento all’inizio dei solchi che doveva tirare. Prima di iniziare il solco seguente si fermava un po’ a suonare. La musica lo faceva stare bene. E così è successo anche a me. Il primo strumento l’ho toccato alla scuola media. Nel seminario di francescani di Pistoia dove studiavo c’erano due favolosi pianoforti a coda. Mi affascinavano al punto che quando gli altri andavano in gita mi davo malato pur di poterli suonare.
CO: Lo strumento in cui primeggi è però la chitarra. Quando ne hai presa in mano una per la prima volta?
ER: A dodici anni. O meglio: è possibile che abbia toccato una chitarra anche prima. Ma a quell’età ne ebbi una tutta mia. Me la diede uno zio in cambio di un amplificatore a valvole che avevo costruito. Mio padre oltre che il contadino faceva anche l’elettricista e qualche trucco del mestiere mi è poi servito (nello studio Emo ha numerosi strumenti costruiti in proprio; oltre alla chitarra-forcone e al tino- amplificatore usati dalla Banda del Torchio, restiamo colpiti da un banjo realizzato con il casco di un motorino e una tavola da pic nic, ndr).
CO: Raccontaci la tua carriera musicale. All’inizio non suonavi canzoni tradizionali.
ER: Vero. Il primo gruppo lo fondai negli anni ’60. Ci chiamavamo i Giaguari. Erano gli anni prima della contestazione giovanile, io avevo i capelli lunghi e andava forte il beat. Dopo i Giaguari e un altro gruppo beat, Le Sfingi, iniziai ad arrangiare il repertorio della tradizione maremmana con ‘I Butteri’. Poi venne il momento del Banco dei Pegni, con cui aprimmo diverse serate alle orchestre di liscio di Raoul Casadei e di Cristina Paoli. In quegli anni mi capitò anche di suonare il basso con I Corvi, che era uno dei gruppi più conosciuti dell’epoca. Dovevamo aprire il loro concerto alla Serenella ma arrivarono senza bassista e tastierista. Ci chiesero se conoscevamo le loro canzoni. Io avevo un dito rotto ma andai sul palco ugualmente. Quello fu l’ultimo concerto dei Corvi.
CO: E veniamo alla Banda del Torchio.
ER: Ho formato il gruppo assieme a Davide Manini verso il 2000. Anche lui è di Poggio Murella come me, e come ho già spiegato chi nasce lì è sensibile al fascino delle canzoni tradizionali. Oltre al repertorio che, se così si può dire, abbiamo ricevuto in eredità dal paese, abbiamo recuperato diversi brani dai vecchi. Oggi nel nostro repertorio abbiamo anche testi di Eugenio Bargagli e Morbello Vergari, che sono un po’ i sacri numi della canzone maremmana in età moderna. Nel frattempo al gruppo si è unito il bassista Eugenio, che anche se viene da Grosseto è originario di Poggio Murella come noi. Dal primo concerto di Sorano molte serate sono passate sotto i ponti. Oggi ci chiamano a suonare anche in Valdarno, Valdichiana e in molte parti della Toscana. L’interesse per il patrimonio popolare è vivo, e speriamo che lo resti a lungo.